Vatileaks 2 sconvolge i sacri palazzi

Più di 70 cattolici accusano il papa di eresia. I conti della Santa Sede scatenano una tremenda lotta fratricida

ROMA – “Beatissimo Padre, con profondo dolore, ma mossi dalla fedeltà a Nostro Signore Gesù Cristo, dall’amore alla Chiesa e al papato, e dalla devozione filiale verso di Lei, siamo costretti a rivolgerLe una correzione a causa della propagazione di alcune eresie sviluppatesi per mezzo dell’esortazione apostolica ‘Amoris laetitia’ e mediante altre parole, atti e omissioni di Vostra Santità”.

Così inizia la lettera che più di 70 (ad oggi) studiosi cattolici di tutto il mondo hanno recapitato a papa Francesco. Un passo che non ha eguali nella storia moderna della Chiesa (risale al 1333 l’ultima “correzione” pubblica rivolta al papa per delle eresie da lui sostenute).

Le eresie denunciate dai firmatari della lettera sono sette. E tutte contenute, a loro giudizio, nel capitolo ottavo dell’esortazione apostolica “Amoris laetitia”. Ma la lettera, di 26 pagine scritte in latino, elenca anche una serie di parole, atti e omissioni con cui papa Francesco avrebbe ulteriormente diffuso quelle stesse eresie, con ciò dando “scandalo alla Chiesa e al mondo”.

Da qui la decisione non solo di denunciare pubblicamente questo stato di cose, ma anche di rivolgere a papa Francesco l’esplicita richiesta di correggere gli errori da lui “sostenuti e propagati causando grande e imminente pericolo per le anime”.

La firma più di spicco del documento è quella del banchiere piacentino Ettore Gotti Tedeschi, già presidente dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR), defenestrato nel 2012. Compare anche la firma del vescovo Bernard Fellay, superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, cioè dei lefebvriani. Questa firma potrebbe creare più difficoltà a papa Francesco di quanta non gliene procuri la lettera, per la quale ha fin qui ostentato indifferenza.
Mentre dunque imperversa la tempesta, non solo teologica, in Vaticano, su un piano decisamente più prosaico si fa durissimo lo scontro tra Libero Milone, ex revisore dei conti della Santa Sede, e il sostituto Segretario di Stato, Angelo Becciu. Il primo era stato costretto alle dimissioni tre mesi fa. Solo ora però l’ex presidente di Deloitte Italia ha vuotato il sacco, riferendo di essere stato minacciato dal capo della gendarmeria vaticana “per costringermi a firmare una lettera di dimissioni che avevano già pronta”.

La risposta dell’alto prelato non si è fatta attendere: “Se Milone non si fosse dimesso avremmo dovuto perseguirlo. Egli infatti, contro tutte le regole, spiava le vite private dei suoi superiori e dello staff, me compreso”.
Perché uno scontro così duro, come non si era mai visto nelle sacre stanze, sia avvenuto, nessuno dei due lo ha spiegato fino in fondo. E come accade ogni qual volta si alzano cortine fumogene intorno a vicende tanto clamorose, le illazioni fioccano come la neve. La meno fantasiosa parla di Milone impegnato in un’inchiesta sui fondi fuori bilancio in dotazione a più dicasteri della Santa Sede. Non a caso il suo mentore, il cardinale George Pell, era stato il primo a parlare dell’esistenza di un tesoretto di oltre un miliardo di euro mai dichiarato in bilancio dal Vaticano.

E sarebbe proprio questo tesoretto ad aver scatenato la guerra intestina che ha già fatto saltare qualche testa, ma il cui “redde rationem” deve ancora arrivare.

Potrebbero interessarti anche