Tim-Vivendi, il “mattatore” Calenda e lo scorporo della rete

Il ministro dello Sviluppo Economico: ‘Io farei lo scorporo della rete e la quotazione in Borsa, non necessariamente con l'intervento della Cdp’

ROMA – “Io farei lo scorporo della rete di tlc e la quotazione in Borsa, non necessariamente con l’intervento della Cdp“. Lo ha detto il ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda parlando della vicenda Tim-Vivendi. Prima però il ministro ha chiesto all’Agcom “di valutare se il modo in cui il gruppo Tim è costruito ha senso per la sicurezza nazionale, o se invece un modello più neutrale che separi la rete da chi gestisce i servizi sia più funzionale, come è stato fatto in Gran Bretagna. Vedremo cosa dice l’Agcom e agiremo di conseguenza, in modo equo e non punitivo”.

La posizione dell’iperattivo ministro ha finalmente smosso le acque aprendo la strada al decreto approvato dal consiglio dei ministri che fissa un nuovo sistema di regole per l’uso del cosidetto “golden power”, usato per la prima volta in questa occasione. Con toni insoliti per un ministro italiano, il ministro dello Sviluppo economico ha poi aggiunto: “Quello che ho sempre detto, anche a proposito di Mediaset è che l’investitore internazionale non può trattarci come colonia, se lo deve scordare. Nel decreto fiscale abbiamo fatto un potenziamento forte della golden power. L’ho anticipata perché se andiamo incontro a un periodo di instabilità politica voglio che il Governo, anche in ordinaria amministrazione, abbia tutti i poteri per intervenire ed evitare che ci si mangi il Paese a pezzetti”.

E’ pur vero che lo scatto di orgoglio nazionale del ministro-manager legato a Luca Cordero di Montezemolo arriva dopo che quasi tutti i buoi sono scappati, ma ben venga qualcuno che si ricordi di tutelare gli interessi strategici del Paese preda di investimenti internazionali non sempre positivi.

Non a caso il decreto approvato in consiglio dei ministri stabilisce che d’ora in poi l’esecutivo avrà il diritto di esprimere un componente di suo gradimento nei consigli di Tim (l’ex Telecom Italia) e delle controllate Sparkle (rete mondiale e cavi sottomarini) e Telsy (telefonini criptati).

Il decreto sancisce inoltre che Tim debba mantenere “stabilmente” in Italia “le funzioni di gestione e di sicurezza delle reti e dei servizi e delle forniture che supportano le attività strategiche chiave”. L’azienda dovrà poi anche “fornire preventiva informazione” su decisioni che riguardino la riduzione, anche temporanea, di capacità tecnologiche o attività strategiche. Infine il gruppo di telecomunicazioni dovrà anche dotarsi di un comitato di sicurezza indipendente che sarà guidato da un direttore indicato dalla presidenza del consiglio italiana e scelto fra i vertici dei servizi segreti (Dis). Sulla base di una relazione inviata ogni sei mesi, toccherà poi al comitato valutare se Tim rispetterà o meni gli obblighi del golden power.

Con quali modalità tutto questo accadrà non è ancora noto. Ma l’ipotesi più probabile è che il governo italiano spinga per una “societarizzazione” della rete, cioè per la creazione di una controllata ad hoc in cui confluisca l’infrastruttura in vista di un successivo collocamento in Borsa. Del resto un’operazione simile permetterebbe all’ex monopolista di incassare denaro fresco per abbattere il pesante indebitamento (25 miliardi) senza dover rinunciare ad un asset strategico.

Qualcuno intravede in un’operazione del genere anche altri possibili vantaggi, come quello di consentire al Tesoro e alla Cdp di entrare in gioco investendo direttamente nella rete. Oppure gettare le basi per un’eventuale aggregazione con Open Fiber (controllata da Cdp e dall’Enel). O ancora consentire l’ingresso nella rete a nuovi potenziali investitori che potrebbero partecipare allo sviluppo del network di nuova generazione.

Ma qui il progetto Calenda mostra una falla. Non si capisce bene perché il ministro, liberale doc, si sia affrettato a dichiarare che l’auspicato scorporo della rete e la sua successiva quotazione in Borsa “non necessariamente avvenga con l’intervento della Cdp”. Ma se non la “nuova Iri” di Costamagna-Gallia (eventualmente tramite la controllata Terna), di cui pure non siamo fan, chi altro oggi sarebbe in grado di assicurare il controllo della nuova società della rete tlc? Tramontata per sempre l’utopia di una cordata di “capitani coraggiosi”, la preda cadrebbe inevitabilmente in mano ai grandi fondi di private equity, così come è avvenuto per l’Enel, per l’Eni, o come avverrà tra breve per le Frecce Rosse di FS.

E allora addio “golden power”, i poteri speciali di intervento che una legge del luglio ‘94 attribuì al Ministro dell’economia e delle finanze ogni qual volta si fosse determinata la “perdita di controllo” di un’impresa nei settori strategici, rimasta per decenni lettera morta. Ci vollero infatti esattamente 10 anni per il regolamento di attuazione di quella legge ed altri 6 per un Dpcm che ne svuotò sostanzialmente l’efficacia.

Oggi Calenda l’ha resuscitata (e appresso a lui la ministra della Difesa Pinotti ne ha subito approfittato per bloccare la vendita di Piaggio Aerospace). Ma deve sapere che la sola parola “golden power” (o “golden share” come si chiamava alla nascita) farà scappare i vari Vanguard, Black Rock, J.P.Morgan, Goldman Sachs, Pimco, che vedono come fumo negli occhi regole troppo strette o intralci di qualsiasi natura ai loro piani di redditività (figurasi poi se si tratta dello Stato italiano, considerato tra i più inaffidabili del mondo!). Perciò, prima di lanciare proclami, Calenda faccia in modo di non far cadere Tim dalla padella nella brace.

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