Enel riduce l’utile ma aumenta il dividendo

I nuovi proprietari effettivi del grande gruppo energetico dettano le scelte

ROMA – L’Enel ha chiuso i primi 9 mesi di quest’anno con un utile netto in calo di quasi il 5% a 2,621 miliardi di euro, rispetto allo stesso periodo del 2016. Anche l’Ebitda (il margine operativo lordo che evidenzia il reddito della gestione operativa del gruppo, senza considerare gli interessi, le imposte e gli ammortamenti) è risultato a 11,450 miliardi (era 12,010 nei primi nove mesi del 2016), in calo del 4,7%. Stesso risultato negativo per l’indebitamento che è aumentato nei primi 9 mesi, sia pure di poco, da 37,5 miliardi a 37,9. L’unico dato non in rosso è quello dei ricavi in crescita del 5,3% a 54,188 miliardi.

Ma l’amministratore delegato del gruppo, Francesco Starace, è soddisfatto lo stesso: “Alla luce dei progressi raggiunti per ciascuno degli obiettivi di piano, dei risultati registrati nei primi nove mesi di quest’anno e dell’evoluzione attesa nell’ultimo trimestre possiamo confermare i target economico-finanziari per il 2017”.

L’ottimismo di Starace può sembrare sproporzionato. Ma è niente di fronte alla politica di remunerazione degli azionisti deliberata dal vertice del gruppo. In un quadro cioè non esaltante per i risultati dell’esercizio e dalle prospettive incerte, il Cda dell’Enel ha deliberato un dividendo complessivo pari a 0,23 euro per azione, con un aumento del 27,8% (!) rispetto allo 0,18% del 2016.

Come se non bastasse il cadeaux prenatalizio, quest’anno il 65% di tutto l’utile accumulato sarà destinato a far contenti gli azionisti (l’anno scorso era stato il 55%). Non solo ma, cosa alquanto inusuale, il consiglio di amministrazione ha già deciso in anticipo che dal prossimo anno il monte utili da destinare alla remunerazione del capitale salirà ancora al 70%.

Gli interrogativi che la politica del nostro più grande gruppo energetico nazionale solleva sono sempre gli stessi: quali sono gli obiettivi strategici dell’Enel? Quale organo o istituzione pubblica determina quegli obiettivi? Possibile che la “creazione di valore per gli azionisti” sia il driver esclusivo, o quanto meno prevalente, rispetto agli interessi generali del Paese?

La risposta si trova nella proprietà reale del gruppo. La mano pubblica continua a vendere pezzi sempre più consistenti di Enel: negli ultimi tre anni il ministero dell’Economia e delle finanze ha ceduto quasi l’8% del capitale retrocedendo dal 31,2% del 2014 al 23,6% attuale. Contestualmente i cosidetti investitori istituzionali (banche, assicurazioni, fondi d’investimento) detengono ormai il 54% del gruppo (due soli fondi globali, Blackrock e Vanguard, insieme hanno più del 6%) e dettano evidentemente la rotta da seguire.

D’altronde è la stessa presidente dell’Enel, Patrizia Grieco, ad ammetterlo candidamente: “In teoria, se gli investitori istituzionali si presentassero in assemblea con una lista più ‘lunga’ potrebbero addirittura avere la maggioranza del consiglio Enel. Non credo però che i fondi pensino a cambiamenti nel loro modo di intervenire in gruppi come l’Enel, che siano interessati a nominare la maggioranza degli amministratori o ad avere una responsabilità diretta nella gestione (e se invece fossero interessati? ndr). Credo che il loro interesse risieda nell’impegno della società ad una governance corretta, e nell’influenza che possono esercitare con i loro amministratori e con le presidenze di due dei comitati interni di maggior peso, remunerazione e controllo (e infatti quell’influenza si vede tutta nelle decisioni del Cda, ndr). Insomma – conclude la presidente – non ci sono rischi che il controllo dell’Enel passi di mano. I numeri dicono che è possibile, la realtà che è sostanzialmente impossibile”. Dimentica evidentemente la Grieco il grande insegnamento di Enrico Cuccia: “Le azioni si contano, non si pesano”.

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