La Waterloo del calcio italiano

La nostra nazionale esclusa dai mondiali di Mosca del prossimo anno

ROMA – La “partita della vita” nei playoff contro la Svezia è finita 0-0 e, dopo la sconfitta dell’andata a Solna, siamo fuori. Non accadeva da 60 anni e anche quella volta la Coppa Rimet, come si chiamavano allora i mondiali, si giocò in Svezia. Evidentemente la Scandinavia non porta bene al nostro sport nazionale.

I bookmakers davano la vittoria degli azzurri a San Siro con quote bassissime, ma la loro qualificazione finale ai mondiali con numeri assai più alti. C’era tuttavia la convinzione diffusa che alla fine il lungo incubo delle qualificazioni, che avevano già mostrato limiti ed errori macroscopici, sarebbe svanito. E invece quell’incubo si è materializzato in una débacle.

I commenti del dopo partita sono ispirati alla catastrofe, alla Waterloo del calcio italiano, da cui sarà difficile risorgere. E in effetti c’è poco da salvare di questa squadra, se non lo spirito della disperazione che ha ispirato, almeno nella seconda parte della gara, la sua ultima partita. Inutile quindi dare i voti ai singoli, salvare Jorginho o criticare l’impiego di calciatori che siedono in panchina nelle squadre di club, osservare che il blocco di difesa della Juventus è pronto per la pensione, o che il commissario tecnico/allenatore della nazionale deve essere accompagnato senza indugio alla porta, se non avrà il buon gusto di farlo spontaneamente.

Senza contare che alla vergogna della fallita qualificazione si aggiunge il danno economico. Secondo alcuni calcoli, una vittoria ai campionati mondiali vale tra i 15 e i 18 miliardi. Ma la mancata partecipazione vanifica almeno 10 miliardi di mancati incassi per il Paese tra premi, diritti tv, pubblicità, mancati consumi, riduzione dei flussi turistici.

Nè può bastare ad attenuare lo sconcerto la convinzione di averci provato fino in fondo, anche meglio rispetto a quanto ci si potesse aspettare dopo la confusione di Solna. Ma un fallimento epocale come questo non può limitarsi all’analisi di 180 minuti e di scelte (anch’esse opinabili) di una partita. Deve rispondere a logiche e riflessioni ben più ampie, da avanzare nelle sedi opportune.

La rabbia e la delusione in questi momenti possono essere cattive consigliere. Ma anche il rinvio delle decisioni o i cambiamenti parziali per lasciare sostanzialmente le cose come stanno possono creare danni irreparabili. Il calcio italiano è malato, lo sanno tutti da tempo: una classe dirigente di mediocri, atleti di mezza tacca comprati e scambiati come supereroi, connivenze rovinose tra società e tifoserie, squadre infarcite di giocatori stranieri, vivai di giovani abbandonati perché antieconomici.

Di fronte a questo male, nemmeno oscuro, ma esploso in tutta la sua gravità ieri sera a San Siro, gli organi sportivi non possono più far finta di nulla. Il dominus dello sport italiano, Giovanni Malagò, deve assumersi le sue responsabilità e mettere mano ad un piano di cure che non si limitino ai soliti pannicelli caldi. Il presidente della Figc, Carlo Tavecchio, aveva sentenziato che l’esclusione dai mondiali sarebbe stata una “catastrofe”; ebbene la catastrofe è avvenuta adesso tocca a lui approntare i rimedi; il commissario tecnico guadagna 1 milione e 400 mila euro l’anno fino al 2020, qualsiasi parametro costi-benefici della sua gestione lo condannerebbe all’esilio.

E a noi che amiamo il calcio, quello vero, in attesa che si compia la sua palingenesi, “non resta che piangere”, come diceva Massimo Troisi.

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