La “scimmia” dei derivati sulle spalle del debito pubblico

143,5 miliardi l’ammontare complessivo. La Corte dei conti giudica inammissibili i rischi per lo Stato

ROMA – L’anno scorso lo Stato italiano ha versato 1,017 miliardi di euro a una banca che ha chiuso in anticipo un contratto derivato sottoscritto dal Tesoro. La notizia è contenuta nelle 111 pagine del Rapporto sul debito pubblico pubblicato sul sito del ministero dell’Economia. Da cui emerge anche che al 31 dicembre 2016 il valore di mercato di tutti gli strumenti derivati sul debito era negativo per 37,9 miliardi, a fronte di un valore nozionale di 143,5 miliardi. Il declassamento da parte di Standard&Poor’s, per cui sono stati processati e assolti alcuni analisti e manager dell’agenzia, è stato anche il motivo per cui proprio nel 2012 il governo Monti versò 2,7 miliardi di euro a Morgan Stanley, che aveva a sua volta fatto valere una clausola di rescissione anticipata per farsi restituire il valore di mercato del contratto.

Per quella vicenda nel luglio scorso sono stati citati in giudizio dalla Corte dei Conti per danno erariale sia la banca d’affari sia gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e il capo della direzione Debito pubblico del ministero Maria Cannata. I magistrati contabili chiedono a Morgan Stanley di risarcire 2,7 miliardi di danni e ne pretendono altri 1,2 dai singoli dirigenti.

Quei contratti infatti, secondo la procura della Corte, “evidenziavano profili speculativi che li rendevano inidonei alla finalità di ristrutturazione del debito pubblico – l‘unica consentita dalla normativa per operazioni in derivati – non essendo ammissibile per lo Stato, investitore pubblico, assumersi rischi rilevantissimi”.

I derivati nascono come armi difensive per tutelarsi dal rischio di un aumento dei tassi di interesse, ma in seguito alla progressiva diminuzione dei tassi si sono spesso trasformati in un boomerang per l’Italia. Il loro ammontare è sempre ragguardevole, anche se in progressivo calo: 163 miliardi nel 2014, 150,8 miliardi nel 2015, 143,5 l’anno scorso per effetto di operazioni di riacquisto o sostituzione con strumenti diversi.

Ma oggi siamo di nuovo al salasso. Nel rapporto si legge che “uno swap da 2 miliardi di euro, con scadenza nel marzo 2016 ma estendibile dalla controparte per 20 anni, è stato oggetto di una chiusura anticipata da parte della controparte”. La richiesta della banca, di cui non è stato reso noto il nome, si è resa possibile perché nel contratto c’era una clausola bilaterale legata ad un evento di credito. Quell’evento si è verificato con la riduzione del merito di credito della Repubblica Italiana avvenuta nel 2012, che ha reso la clausola rescissoria esigibile”. Pertanto, alla prima data utile – marzo 2016 – la controparte ha potuto avvalersi del diritto alla cancellazione dello swap. A quel punto “il Tesoro ha versato alla banca il valore del contratto al momento della chiusura anticipata (€ 1,017 miliardi)”.

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