Lo strano caso della piattaforma Itatech

Il trasferimento tecnologico della ricerca scientifica italiana appaltato al fondo francese Sofinnova?

ROMA – A fronte di una produzione scientifica italiana simile alla Francia, superiore alla Spagna e di poco inferiore alla Germania, dovrebbero esserci investimenti in linea. In questi paesi invece si investe da 5 a 20 volte più di quanto viene investito in Italia. Ciò è noto, tanto che sono state messe in atto azioni di politica economica.

Una prima mossa è stata la costituzione del Fondo Italiano di Investimento (FII, 43% Cassa Depositi e Prestiti). Ebbene FII, per coprire la drammatica mancanza di risorse per la ricerca scientifica italiana, ha investito nel 2013 in un fondo francese, Sofinnova Partners, 20 milioni di euro. In un mercato che in un semestre arriva a poco più di 40 milioni, la metà è già una cifra enorme.

Ma la domanda è un’altra: Sofinnova quanti ne ha reinvestiti in spin-off italiani? Non ci crederete, ma la risposta è Zero. Secondo un’indagine del “Foglietto della ricerca” sono andati tutti oltralpe. Di più, Sofinnova è stata pagata per l’attività di gestione, come tutti i fondi di venture capital, il 2% di commissioni di gestione, pari a 400 mila euro per anno. Insomma, FII ha investito in un fondo che ha reinvestito in spin-off di ricerca non italiani, pagando per farlo.

In maniera incomprensibile, FII ha rinnovato la fiducia a Sofinnova (perseverare diabolicum!), reinvestendo altri 15 milioni di euro nel 2016 e pagando la solita  commissione di gestione. Ad oggi, Sofinnova ha investito in Italia meno della metà  dei 15 milioni.

Interrogato sull’anomala situazione, il managing partner di Sofinnova, Graziano Seghezzi, ha dichiarato che “Sofinnova aprirà una sede a Milano e investirà 100 milioni perché vogliamo sostenere scienziati che abbiano alle spalle qualche pubblicazione. Ma soprattutto con uno spirito imprenditoriale che li guidi sulla cresta dell’onda”.

Incalzato sull’esperienza sin qui maturata, Seghezzi ammette: “Finora (tra il 1999 e il 2013, ndr) Sofinnova ha avuto un approccio opportunistico con le start-up italiane: si trovava un buon affare, ci si investiva e poi si tornava a Parigi”. Ma poi si affretta a promettere che se ITAtech gli affiderà nuove risorse (!), “assicuro che quei fondi verranno completamente reinvestiti in Italia”.

C’è dunque l’eventualità che si continui ad affidare i soldi della ricerca italiana a fondi di investimento stranieri. Il paradosso non poteva non suscitare grande stupore e preoccupazione. Il deputato di Forza Italia, Antonio Palmieri, tra gli altri, ha posto al ministro dell’Economia, maggior azionista di Cassa depositi e prestiti, un quesito molto semplice: “Poco meno di un anno fa avevamo salutato con grande fiducia l’attivazione del fondo chiamato ITAtech, con una dote di 200 milioni da investire in Italia per favorire il trasferimento tecnologico dalla ricerca all’impresa come volano di sviluppo per tutto il Paese. Siamo molto preoccupati per alcune notizie apparse sulla stampa sulle possibili destinazioni di questo fondo, che potrebbe addirittura prendere la via di oltralpe e andare a finanziare un analogo fondo francese”.

La risposta del ministro Padoan non solo non smentisce la prospettiva denunciata, ma conferma in pieno le ambiguità del progetto. “La piattaforma di investimenti ITAtech – ricorda infatti il ministro dell’Economia nella sua risposta – nasce da un ‘co-financing agreement’ tra Cassa depositi e prestiti e Fondo europeo per gli investimenti (Fei), con una quota di 100 milioni ciascuno. L’oggetto dell’accordo sta nel lancio di fondi di investimento dedicati al trasferimento tecnologico in Italia con un focus su progetti di ricerca e di innovazione, provenienti da università e centri di ricerca esclusivamente italiani (sottolineato! ndr)”.

A parte l’esperienza di Sofinnova che contraddice lo spirito e il contenuto della piattaforma ITAtech raccontata da Padoan, lo stesso aggiunge che “i gestori dei fondi per il trasferimento tecnologico potranno essere italiani o europei, ma dovranno investire almeno il 90 per cento (ma non era il 100%? ndr) del loro capitale in Italia”. Non solo, ma le “decisioni di investimento dei fondi dedicati al trasferimento tecnologico in Italia vengono esaminate autonomamente e deliberate dagli organi competenti del FEI”. Alla CDP viene lasciato soltanto un diritto di obiezione sulle proposte di investimento, qualora ci fosse un ritorno finanziario non in linea con il rendimento minimo considerato accettabile da CDP.

Che cosa c’è da sperare da un simile accordo per le start-up italiane non è difficile da immaginare. E infatti al povero on. Palmieri, che aveva chiesto al governo di tutelare rigorosamente l’impiego di risorse italiane per lo sviluppo tecnologico di iniziative italiane, non resta che dichiararsi totalmente insoddisfatto per le spiegazioni del ministro e, “più preoccupato che mai”, invitare le istituzioni “a vigilare sull’attività di questa piattaforma”.

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