Rapporto Censis: mobilità sociale bloccata e rancore

La 51esima edizione del Rapporto sulla situazione sociale del Paese

ROMA – “La ripresa economica si rafforza – sostiene il Censis nel 51esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese – ma cresce l’Italia del rancore”. Tutti gli indicatori economici lo confermano, ad eccezione degli investimenti pubblici: -32,5% in termini reali nel 2016 rispetto all’ultimo anno prima della crisi.

L’industria è il motore della ripresa. L’aumento del 2,3% della produzione industriale italiana nel primo semestre del 2017 è il migliore tra i principali paesi europei (Germania e Spagna +2,1%, Regno Unito +1,9%, Francia +1,3%) e cresce del 4,1% nel terzo trimestre dell’anno. Ma la mancata ricaduta sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale creano rancore. L’87,3% degli italiani appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti”.

Gli effetti devastanti della crisi idrogeologica
Il Paese, sottolinea impietosamente il centro studi, “è impotente di fronte a cambiamenti climatici e a eventi catastrofici che chiedono grandi risorse e grande impegno collettivo; ferito dai crolli di scuole, ponti, abitazioni; incerto sulla concreta possibilità di offrire pari opportunità al lavoro; ambiguo nel dilagare di nuove tecnologie che spazzano via lavoro e redditi; incapace di vedere nel Mezzogiorno una riserva di ricchezza preziosa per tutti”.

Il costo umano dei fenomeni sismici, franosi e alluvionali degli ultimi settant’anni è di oltre 10.000 vittime e danni economici per 290 miliardi di euro (circa 4 miliardi all’anno). Per ridurre il rischio idrogeologico, spiega il Censis, esiste un quadro analitico di interventi (oltre 9.000) individuati dalle Regioni e una stima delle risorse necessarie pari a 26 miliardi di euro, ma l’impegno finanziario dello Stato su questo fronte è attualmente di circa 500 milioni di euro all’anno.

Disoccupazione e declassamento sociale
C’è più lavoro per i giovani, ma la disoccupazione resta molto elevata. “Si consolidano – secondo il centro studi – i primi segnali di ripresa per l’occupazione dei giovani, già registrati nel corso del 2016. Nei primi sei mesi di quest’anno gli occupati con un’età compresa tra i 15 e i 34 anni hanno raggiunto i 5,1 milioni, con un aumento di 67mila giovani rispetto al primo semestre del 2016”.

La paura del declassamento è il nuovo fantasma sociale. Ed è una componente costitutiva della psicologia dei millennials: l’87,3% di loro pensa che sia molto difficile l’ascesa sociale e il 69,3% che al contrario sia molto facile il capitombolo in basso. Allora si rimarcano le distanze dagli altri: il 66,2% dei genitori italiani si dice contrario all’eventualità che la propria figlia sposi una persona di religione islamica, il 48,1% una più anziana di vent’anni, il 42,4% una dello stesso sesso, il 41,4% un immigrato. E l’immigrazione evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani, con valori più alti quando si scende nella scala sociale: il 72% tra le casalinghe, il 71% tra i disoccupati, il 63% tra gli operai.

L’onda di sfiducia che ha investito la politica e le istituzioni non perdona nessuno: l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici.

Cresce il numero degli abitanti stranieri
L’incremento del 32% degli abitanti stranieri in molte località ha compensato la riduzione degli italiani (-0,9%), permettendo di godere di un movimento anagrafico positivo dell’1,4%.  Nei 1.500 comuni periferici la popolazione nell’ultimo quinquennio si è ridotta dell’1,7%, perdendo 60.710 residenti, nonostante la presenza di 33.854 stranieri in più (+23%). Senza di loro – sottolinea il Censis – la decrescita avrebbe assunto proporzioni ben più imponenti. L’effetto straniero ha invece contribuito a mantenere in vita i 348 comuni più isolati, ultraperiferici, in cui negli ultimi cinque anni c’è stata una crescita del 43,8% della popolazione straniera (+13.088 residenti) che ha compensato la diminuzione di 9.779 italiani, portando a un saldo positivo di 3.309 unità (+0,4%).

L’Italia continua a invecchiare e gli stranieri non compensano
Il 51° Rapporto Censis fotografa il “rimpicciolimento del Paese”. La demografia italiana è segnata dalla riduzione della natalità, dall’invecchiamento e dal calo della popolazione. Per il secondo anno consecutivo, nel 2016 la popolazione è diminuita di 76.106 persone, dopo che nel 2015 si era ridotta di 130.061. Il tasso di natalità si è fermato a 7,8 per 1.000 residenti, segnando un nuovo minimo storico di bambini nati (solo 473.438). La compensazione assicurata dalla maggiore fertilità delle donne straniere si è ridotta. A fronte di un numero medio di 1,26 figli per donna italiana, il dato delle straniere è di 1,97, ma era di 2,43 nel 2010. Nel 1991 i giovani di 0-34 anni (26,7 milioni) rappresentavano il 47,1% della popolazione, nel 2017 sono scesi al 34,3% (20,8 milioni).

Pesa anche la spinta verso l’estero: i trasferimenti dei cittadini italiani nel 2016 sono stati 114.512, triplicati rispetto al 2010 (39.545). Il ricambio generazionale – aggiunge il Censis – non viene assicurato e il Paese invecchia: gli over 64 anni superano i 13,5 milioni (il 22,3% della popolazione). E le previsioni annunciano oltre 3 milioni di anziani in più già nel 2032, quando saranno il 28,2% della popolazione complessiva.

Sanità: continua a crescere la spesa a carico delle famiglie
Insicurezza e disparità: sono queste le difficili sfide per la sanità italiana. In particolare, il Censis annota che continua a crescere la spesa sanitaria privata in capo alle famiglie, pari a 33,9 miliardi di euro nel 2016 (+1,9% rispetto al 2012).

Una disfunzione classica dell’offerta pubblica è la lunghezza delle liste di attesa. Nel 2014-2017 si rilevano +60 giorni di attesa per una mammografia, +8 giorni per visite cardiologiche, +6 giorni per una colonscopia e stesso incremento per una risonanza magnetica.

Un’altra disfunzione in evidente peggioramento è la territorialità della qualità dell’offerta. Circa il 64% dei cittadini è soddisfatto del servizio sanitario della propria regione, quota che scende però al 46,6% nel Sud. Durante l’ultimo anno il servizio sanitario della propria regione è peggiorato secondo il 30,5% degli italiani, quota che sale nel Sud al 38,1% e al Centro al 32,6%.

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