Anche Unicredit se ne va a Milano

La più grande banca italiana in mano ai fondi d’investimento internazionali. La nomina di Saccomanni

ROMA – Poche righe in un trafiletto di Repubblica passate inosservate: “L’assemblea dei soci di Unicredit ha approvato il trasloco della sede sociale da Roma a Milano”. Per la verità, non si tratta dell’ennesimo fulmine a ciel sereno cascato sulla giunta di Virginia Raggi, perché il consiglio di amministrazione della più grande banca italiana aveva già deciso il trasferimento il 21 settembre scorso. Ma nessuno se n’era curato.

Anche se annunciata, dunque, la fuga da Roma di Unicredit segna un’altra perdita pesantissima per l’economia e l’immagine della capitale. Dopo gli addii di Sky, Esso, Total Erg, Consodata e diverse industrie farmaceutiche, ormai si può parlare di una vera e propria diaspora di grandi aziende e di posti di lavoro.

Le diseconomie patite dalle imprese per i servizi municipali al collasso, la mobilità pressoché alla paralisi, le infrastrutture tecnologiche arcaiche, la burocrazia soffocante, rendono obiettivamente il territorio romano ostile a qualsiasi iniziativa imprenditoriale. Così mentre le gradi aziende scappano, crescono prepotentemente a Roma le imprese a basso valore aggiunto, soprattutto affittacamere e commercio ambulante.

E’ lo schema di Unicredit che lascia la sua sede storica nella capitale per traslocare a Milano nella torre più alta di Porta Nuova, 231 metri disegnati dall’argentino Cesar Pelli, destinata ad ospitare oltre 4000 dipendenti. UniCredit Tower è la più grande opera di riqualificazione urbana mai realizzata nel centro di Milano e tra le principali a livello europeo: oltre 290.000 mq.

Ma nell’assemblea dei soci della banca italiana è emerso un altro dato. Quando si è andati a fare la conta delle deleghe, ci si è accorti che il 75% delle azioni dell’Istituto, i tre quarti cioè di Unicredit appartengono a fondi stranieri. Ci sono fondi sconosciuti al grande pubblico, come Capital Research (che dopo l’aumento di capitale possiede l’8% di Unicredit e fa parte di Capital Group, uno dei gestori di fondi più grandi del mondo con asset per circa 1000 miliardi di dollari.), o Aabar Luxembourg (del fondo sovrano di Abu Dhabi, che resta il secondo socio con il 5% di Unicredit anche dopo il maxi aumento di capitale del gruppo da 13 miliardi).

Tutte le chiacchiere che si continuano a fare sulla solidità del sistema bancario italiano, sull’efficacia dei controlli della Bce o della Banca d’Italia, sulla disponibilità di credito a sostegno dello sviluppo industriale, stanno dunque a zero. La ferrea regola dei fondi di investimento, oramai dominante su gran parte dell’economia italiana, non ammette deroghe o alternative: creare valore per l’azionista è l’unico dio riconosciuto. Tutto il resto, il lavoro, gli investimenti, la responsabilità sociale, è nulla.

Coerentemente l’assemblea alla fine ha riservato anche il colpo di teatro sulla governance: esce lo storico vicepresidente della Banca, Fabrizio Palenzona, che rappresentava le fondazioni bancarie italiane, ed entra, tirato per la giacca dall’amministratore delegato Jean-Pierre Mustier, Fabrizio Saccomanni. L’ingresso dell’ex direttore generale della Banca d’Italia segna un cambio di paradigma del colosso bancario italiano. Unicredit si candida a divenire lo snodo di un potere molto forte, superiore a quello che un tempo esercitava Mediobanca, perché proiettato in una dimensione e in uno scenario internazionale.

La nomina del nuovo consigliere, già designato per aprile alla presidenza della banca, ha fatto dire al deputato dell’M5S e componente della Commissione d’inchiesta sulle banche, Carlo Sibilia: “Fabrizio Saccomanni è il totem delle porte girevoli. E’ stato in Banca d’Italia, è stato ministro e ora sbarca in Unicredit. Sono situazioni che oggi, purtroppo, ci troviamo ad affrontare nella Commissione d’inchiesta sulle banche. E’ evidente che il sistema non ha imparato niente”.

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