Il giallo della vendita degli immobili demaniali

Il governo ritira un emendamento che dava via libera alle dismissioni

ROMA – Gli immobili del Demanio italiano potevano essere ceduti a Stati esteri. Lo disponeva un emendamento del governo presentato in Commissione Bilancio del Senato. Anche se poi per gli immobili della Difesa occorreva rifarsi di volta in volta alle disposizioni previste dal Codice dell’ordinamento militare, mentre per gli immobili appartenenti al demanio culturale le regole sarebbero state quelle dettate dal Codice dei beni culturali e del paesaggio.

Nello specifico, l’emendamento governativo stabiliva che: “Nel caso di cessione diretta di un bene immobile dello Stato ad uno Stati estero, l’agenzia del demanio è autorizzata a cedere il bene con decreto del presidente del consiglio dei ministri, su proposta del ministro degli affari esteri e dell’amministrazione che ha in consegna il bene stesso, di concerto con il ministero dell’Economia”, con l’aggiunta dei ministri della Difesa e dei Beni culturali per i beni di loro competenza.

Sembrava la solita storia italiana che si ripete puntualmente da oltre mezzo secolo. Si fa una legge “rivoluzionaria” che contraddice una precedente legge numero…del…, che a sua volta aveva modificato il decreto legislativo numero… del….Poi però il regolamento di attuazione della nuova legge stabilisce tali e tante condizioni, cavilli, tortuosità procedurali, da rendere in pratica impossibile la sua applicazione. Insomma, si direbbe, è il consueto aforisma gattopardesco del “tutto cambia perché nulla cambi”.

Poi però quando si è appreso che la norma sui beni demaniali riguardava soltanto un immobile di via XX Settembre adocchiato dal Qatar per farne la propria sede diplomatica, la Commissione senatoriale ha fatto sapere al governo per le vie brevi che l’emendamento non sarebbe passato. A quel punto al ministro dell’Economia non è rimasto che disporre il ritiro.

Scampato pericolo quindi? Sì, ma fino a quando? Perché anche la disposizione all’apparenza più insormontabile, quando si presentano offerte “che non si possono rifiutare”, o ci sono interessi “superiori”, come la riduzione del debito pubblico che è stata la foglia di fico per le più grandi scelleratezze economiche e finanziarie, allora può essere aggirata facilmente.

Se dunque per il momento lo spettro della Fontana di Trevi venduta a una maison della moda francese, o del Colosseo ad una multinazionale dell’entertainment americana è scongiurato, non si capisce ugualmente la ragione dell’emendamento presentato (e poi ritirato) da via XX Settembre se non si avesse avuto in testa di rimpinguare le casse vuote dello Stato con qualche “colpaccio”.

Certo è che la porta della dismissione dei nostri beni immobili demaniali non è più blindata (se mai lo è stata). Non ha tutti i torti dunque Giorgia Meloni (Fdi) quando su Facebook dice che “in pratica, se domani un governo avesse bisogno di soldi con quella norma avrebbe potuto vendere interi palazzi o altri beni di pregio, come in un bazar”.

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