Contestate a Bruxelles le forniture militari italiane

"Proprio noi che stiamo contribuendo a creare le regole per una difesa comune"

ROMA – Nel furore della campagna elettorale la fedeltà alle regole comunitarie è una delle principali discriminanti tra le forze politiche in campo. Il rispetto del limite del 3% del deficit pubblico spacca persino il fronte del centro destra, mentre a sinistra si invoca, come un mantra, più Europa ma diversa da quella dei burocrati di Bruxelles. L’esito scontato del dibattito anche per la prossima legislatura è che tutto resti esattamente com’è e che gli invocati pugni sul tavolo continueranno ad essere un’esercitazione da palestra nazionale.

Per chi nutrisse ancora dei dubbi, la vicenda della minacciata procedura d’infrazione nei nostri confronti per il mancato rispetto delle procedure comunitarie per la fornitura di navi alla nostra Marina Militare è esemplare. E dire che si tratta di mezzi già previsti dalla cosiddetta Legge navale del 2014, che ha permesso alla Marina di rinnovare parte della sua flotta. Le navi “contestate” da Bruxelles, realizzate da Fincantieri e da Leonardo, sono di tre tipi: il Landing Helicopter Dock, unità multiruolo di assalto anfibio; il Pattugliatore Polivalente d’Altura PPA, una nave altamente flessibile con capacità di assolvere molteplici compiti; la LSS, una nave di supporto logistico alla flotta dotata anche di capacità ospedaliera e sanitaria.

La Commissione aveva chiesto inizialmente informazioni al nostro Paese sulla procedura d’acquisto già nel 2016. Poi, ulteriori informazioni sono state chieste nel corso del 2017. Le risposte ricevute dall’Italia non sono state ritenute esaurienti da Bruxelles, che ha quindi deciso di aprire un confronto formale col nostro Paese.
Quello delle forniture militari, si sa, è una delle prerogative più gelosamente protette dagli stati nazionali per ovvii motivi di difesa. Francia e Germania sotto questo profilo fanno scuola: nessuno si sognerebbe mai di partecipare ad una gara per il rinnovo dei caccia da combattimento francesi Dassault Rafale, o del carro armato Leopard A7 in dotazione all’esercito tedesco. Per noi invece vengono stracciati platealmente contratti già sottoscritti per l’acquisto dei cantieri Stx di Saint-Nazaire, senza che Bruxelles muova un dito.

Così, dopo essere stati umiliati da Macron, ci è toccato sederci buoni buoni al tavolo con i francesi per negoziare “una maggiore cooperazione industriale in tema di difesa e sicurezza, sfruttando le opportunità che saranno create dal Fondo europeo per la difesa, al fine di creare sinergie industriali che consentano di accrescere la competitività in un settore strategico per gli interessi europei e fonte di grandi innovazioni”. Tutto giusto, almeno sulla carta.

Ma le distanze restano. ”Proprio noi che stiamo contribuendo a creare le regole per una difesa comune, veniamo accusati di non rispettarle”, si sente mormorare a via XX Settembre. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone il nostro ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, quando sostiene  che nei diversi accordi industriali “l’Italia ha sempre mantenuto le promesse e rispettato le regole” e c’è quindi “la necessità di aprire il dossier militare-navale tra i due Paesi coinvolgendo direttamente il comparto dell’aerospazio. Abbiamo costruito una partnership navale e penso che dobbiamo porci il tema di farlo anche nel settore spaziale, ci sono già partecipazioni incrociate, vale la pena costruire un rapporto paritetico, dobbiamo farlo con attenzione ma è una sfida che dobbiamo accettare”.

Ottime intenzioni già appuntate nell’agenda del nuovo governo che verrà.

Potrebbero interessarti anche