Chi ha paura di Bridgewater?

Il più grande hedge fund del mondo scommette contro l’Italia. Debito pubblico e prossime elezioni le due incognite

ROMA – Che farà stamattina Ray Dalio, ceo di Bridgewater, il più grande fondo d’investimento al mondo? Continuerà a vendere allo scoperto azioni delle maggiori banche e imprese italiane scommettendo sul loro imminente tracollo? Oppure comincerà a ricoprirsi vista la super esposizione sugli stessi titoli per 2,6 miliardi di euro? E che faranno i suoi imitatori, l’hedge fund Aqr, che ha in piedi scommesse contro 11 società italiane per complessivi 1,4 miliardi, o l’inglese Marshall Wace che scommette 920 milioni di euro contro i nostri titoli bancari, in particolare Ubi e Banco Bpm?

Sono queste le domande che tengono Piazza Affari con il fiato sospeso all’inizio della settimana borsistica e a un mese esatto dalle elezioni politiche, il cui esito incerto sarebbe alla base delle speculazioni finanziarie. In verità sono in molti a ritenere che la vera “bussola” dei ribassisti sia rappresentata dalle difficoltà che l’Italia potrà incontrare nell’onorare il suo “mostruoso” debito pubblico il giorno in cui, prima o poi, la Bce smetterà di comprare i suoi titoli. Una piccola anticipazione si era avuta nell’autunno scorso con l’addendum della Bce, che conteneva criteri stringenti sulla svalutazione dei crediti deteriorati e aveva affossato i titoli del settore.

Adesso di fronte al pericolo che l’esempio Bridgewater possa diffondersi, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan getta acqua sul fuoco e dice di attendersi, da qui al voto, “non un mese di speculazioni ma una situazione di attesa sui mercati. Io seguo lo spread e la situazione dei mercati quasi tutte le ore: non c’è un segno di nervosismo”. E a chi gli fa notare la mossa di Ray Dalio e dei suoi epigoni, Padoan replica: “Sono piccole partecipazioni”.

Mica tanto piccole in realtà se è vero che parliamo dell’1% del capitale di Banca Intesa, dello 0,9% di Enel ed Eni, dello 0,7% di Unicredit, Banco Bpm, Bper e Prysmian, di circa mezzo punto percentuale del capitale di Generali, Azimut, Ubi, Unipol e di un’altra decina di grandi aziende. Le posizioni corte si costruiscono vendendo azioni che ancora non si possiedono, per acquistarle successivamente a un prezzo (si spera) più basso e restituirle a chi le ha prestate. Se la scommessa riesce, il guadagno corrisponderà alla differenza (negativa) accumulata nel frattempo dal titolo.

Il fattore emulativo, si sa, gioca un ruolo importante nell’andamento dei mercati finanziari. Se poi a tirare la volata è uno degli hedge fund di maggior successo che, come ha ricordato recentemente il Financial Times, ha previsto la fine del boom immobiliare negli Usa nel 2007, la crisi delle banche nel 2008 e ha garantito negli ultimi due decenni ai suoi sottoscrittori rendimenti a doppia cifra, beh allora si guarda alle mosse di Bridgewater con un supplemento di attenzione.

Per ora tuttavia va rilevato che le scommesse in piedi contro le società italiane, e in particolare contro le banche, non stanno andando tutte nel verso indicato da Dalio. Intesa, ad esempio, è salita del 10,3% nell’ultimo trimestre. “Perderanno una significativa opportunità di fare soldi con queste buone azioni italiane”, aveva detto il ceo Carlo Messina dopo i primi “assalti”.

Anche se si guarda ai principali strumenti di valutazione del rischio, i Credit default swap (Cds) – quei cosidetti titoli assicurativi per coprirsi dal rischio di crack di un Paese (quando il rischio di insolvenza di un Paese aumenta, aumenta anche il prezzo dei suoi Cds, viceversa quando il mercato ritiene un Paese affidabile, il valore dei Cds tenderà a scendere) – non è che i segnali inviati dai mercati siano così drammatici. E’ vero che, dopo un lungo periodo durante il quale il valore del Cds sull’Italia è sceso, da luglio 2017 il valore ha iniziato a risalire. Il 31 luglio, ad esempio, valeva 112,84 euro mentre il 4 settembre era arrivato a quotare 121,49, quasi 10 euro in più in poco più di un mese.

Anche Morya Longo sul Sole 24 Ore faceva notare qualche tempo fa che pochi operatori pensano oggi a proteggersi dai rischi, a fare un minimo di “hedging” (copertura). Per esempio i prezzi dei credit default swap, cioè le polizze assicurative che servono proprio come paracadute in caso di default o di crisi generale, fino a qualche settimana fa erano intorno ai minimi storici. L’indice iTraxx, che misura il costo dei Cds sulle principali aziende europee, quotava per esempio intorno a 50 punti base: questo significa che coprirsi dal rischio di default delle imprese europee costa pochissimo. Ma non c’è domanda per questo tipo di strumenti.

E’ un buon segno, o la volatilità degli umori borsistici non consente giudizi definitivi? Intanto però, a dispetto di Bridgewater, il differenziale del rischio sovrano tra Btp italiani e Bund tedeschi si mantiene su livelli minimi. Così come si potrebbe citare un indice di Citigroup che nel 2000 individuava sul mercato 17,5 segnali (su una lista di 18) che consigliavano di vendere; nel 2007 quegli stessi segnali erano scesi a 13 e attualmente ce ne sono solo 2,5.

Sono infinite le variabili che influenzano le scelte di investimento dei grandi fondi internazionali e il calcolo dei rischi relativi. Immaginare però che dalle urne del 4 aprile possa uscire un quadro di instabilità suscettibile di radicali sconvolgimenti politici è un’ipotesi al limite dell’improbabilità.

Le prossime settimane dunque diranno se la presunta infallibilità di Ray Dalio è solo un mito, per sua stessa natura effimero, o se le sue temerarie scommesse finanziarie si saranno rivelate vincenti. C’è sempre comunque la possibilità che, come diceva la telenovela messicana, talvolta “anche i ricchi piangano”.

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