La globalizzazione ha appiccato il fuoco, l’Ue l’alimenta

Le ultime vicende ripropongono drammaticamente il tema del lavoro. Le timide risposte del governo alle multinazionali in fuga

ROMA – Ricordando quando Renzi appena insediato a Palazzo Chigi diceva “adesso andiamo in Europa e batteremo i pugni sul tavolo”, oggi Gentiloni afferma: “Quel che fa male all’Italia è uno strano mix tra la retorica dei pugni sul tavolo ad uso dei media e poi magari in Europa nessuno ti si fila”.

Non fa in effetti una piega, se non fosse che i pugni sul tavolo né Renzi né Padoan li hanno mai battuti, ma Bruxelles non ha cambiato una virgola di quelle regole che hanno “strozzato” in culla la ripresa dell’economia e non hanno bonificato quella giungla di leggi e regolamenti che ogni paese membro si è dato autonomamente, a dispetto della più elementare armonizzazione che qualsiasi unione dovrebbe avere come postulato costitutivo.

Perché “er moviola” Gentiloni non va a Chieri, davanti ai cancelli della Embraco, a spiegare che quel soprannome “non è una caratteristica fisica, ma un disegno politico costruito declinando parole chiave come serenità, umiltà, stabilità”? O ad Atessa a dire ai dipendenti della Honeywell che stiamo lavorando perché altri paesi della Ue non convincano le multinazionali a lasciare l’Italia, facendo loro ponti d’oro fiscali, contributivi, finanziari? Sarebbe interessante sapere che ne pensano quei lavoratori della politica dei “piccoli passi” del nostro governo.

Contro quella politica, al di là delle strumentalizzazioni elettorali, sparano a pallettoni da destra e da sinistra. Stefano Fassina, esponente di LeU, spiega che “su Embraco o la Honeywell, il Ministro Calenda fa finta di non comprendere che il problema è il mercato unico europeo, non la globalizzazione o l’uso improprio degli aiuti di Stato. Il mercato unico europeo senza standard sociali e fiscali determina fisiologicamente delocalizzazione, dumping sociale e svalutazione del lavoro. Quello che accade non è conseguenza di imprese cattive. È l’effetto programmato dell’impalcatura liberista della UE, contro cui vanno introdotte anche a livello nazionale misure commerciali protettive del lavoro verso i Paesi UE a fiscalità e welfare minimo”.

“Che adesso il ministro delle Attività produttive si accorga che c’è concorrenza sleale all’interno dell’Unione – afferma dall’altra sponda il segretario della Lega, Matteo Salvini – che ci siano paesi che pagano meno i lavoratori, che ci siano paesi che hanno una tassazione più bassa e che le multinazionali chiudano in Italia per aprire in Slovacchia, Polonia, Romania e Bulgaria e che quindi occorra rivedere i trattati perché così come sono l’Europa non funziona”, è cosa buona e giusta che giunge purtroppo in ritardo di anni.

Anche un attento osservatore, non certo rivoluzionario, come Federico Rampini, riconosce che “le regole del gioco di questa globalizzazione, così come del mercato unico europeo, sono state scritte dalle multinazionali a loro uso e consumo. I loro diktat li conosciamo: o mi riduci le tasse o chiudo, licenzio, investo altrove; o mi dai fondi pubblici o li ottengo da altri governi. Poi magari, dopo aver incassato le agevolazioni, la multinazionale chiude e se va comunque perché in un paese vicino (per esempio, la Slovacchia) trova salari più bassi e incentivi pubblici più generosi”.

E dire che come sarebbero andate a finire le cose lo si sapeva da quindici anni almeno. C’è anche chi l’aveva previsto e scritto a chiare lettere, come Giulio Tremonti, che già nel 2008 scriveva: “Tutto è cominciato 14 anni fa con l’accordo dell’Word Trade Organization, il pantheon del nuovo rito commerciale mondiale. Mai nella storia dell’umanità un processo politico della portata di quello attivato con il WTO, l’apertura del mondo al mercato, è stato avviato con tanta superficiale precipitazione”.

Ed è proprio nella culla del WTO che il ‘fantasma della povertà’ è nato e ha cominciato la sua marcia. In un libro dallo stesso titolo scritto nel 1995 da vari autori, tra cui Tremonti, si prevedeva che le direttrici del movimento commerciale mondiale faranno sì che l’Occidente esporterà ricchezza e importerà povertà; che i salari occidentali entreranno in concorrenza con quelli orientali, senza bisogno che gli operai si spostino perché a muoversi saranno i capitali occidentali; che gli operai occidentali saranno stretti nella morsa tra i salari orientali e i costi dello standard di vita materiale e sociale dell’Occidente.

Ora il “fantasma” sta davvero arrivando da noi e fa paura nelle periferie e nelle famiglie, nelle campagne e nelle fabbriche. Senza che nessuno muova concretamente un dito (il fondo di aggiustamento di Calenda è poco più di un palliativo).

Vanno dunque riscritte le regole del gioco. Ma per ingaggiare una battaglia di questa portata, dalle prossime urne dovrebbe uscire un governo dotato non solo dei poteri operativi, che qualcuno mette in dubbio, ma soprattutto di un consenso politico ampio e condiviso.

Dall’altra parte infatti dell’eventuale tavolo negoziale siederanno i rappresentanti di quei poteri e di quegli interessi – quelli sì veramente forti – che hanno imposto il fiscal compact, l’austerity, i tagli selvaggi dei bilanci, senza correggere le più stridenti divergenze fiscali, previdenziali, retributive, sociali tra i paesi membri su cui quegli stessi poteri speculano spregiudicatamente.

A rappresentarli d’altronde al più alto livello è quel Jean-Claude Juncker che oggi ci ammonisce sulla necessaria concordanza del prossimo governo con le istituzioni europee, altrimenti i mercati potrebbero castigarci. Proprio lui che in 18 anni da premier ha trasformato il Granducato del Lussemburgo nella riserva indiana della frode fiscale, consumata ai danni dei ‘fratelli’ europei, garantendo sedi legali esentasse alle multinazionali e conti sicuri agli evasori. E l’Italia è ora minacciata da personaggi come questo – che ha peraltro contribuito a nominare – pronto a scatenare i mercati se non faremo “i bravi”. Abbiamo veramente toccato il fondo dell’autolesionismo!

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