Stanno per essere terremotate le grandi aziende pubbliche?

In un report di Mediobanca si avanza l’ipotesi di una generale rottamazione dei cda da parte del futuro governo

ROMA – C’è un fantasma che da qualche giorno agita il sonno della comunità economica e finanziaria italiana: un report di Mediobanca Securities sulle conseguenze delle elezioni politiche sui vertici delle principali società controllate dal governo, direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti.

Che c’è scritto in quel rapporto? Che, sulla base dei risultati elettorali che hanno sparigliato completamente le carte politiche, c’è “la possibilità di un nuovo governo che include anche il rischio di cambi nel management per le società i cui consigli di amministrazione sono stati nominati o confermati durante la precedente amministrazione del Pd”. In altri termini si avanza l’ipotesi che un esecutivo a trazione M5S o Lega possa cambiare i vertici di Enel, Eni, Snam, Terna, Poste, Leonardo, Italgas, Saipem, Mps, Enav, Fincantieri, Rai Way.

Le cose in realtà non sono così semplici come suppongono gli analisti di Mediobanca. Intanto da noi non vige lo spoil system americano secondo cui gli alti dirigenti della pubblica amministrazione cambiano con il cambiare del governo. Che non significa che le nuove forze politiche al governo non distribuiscano ai propri “affiliati” le varie cariche istituzionali in modo da garantire i propri interessi. Ma che comunque il nostro ordinamento non lo prevede.

Per fare un ribaltone dunque nei consigli di amministrazione di una qualsiasi società per azioni, tanto più se quotata in Borsa, occorrono almeno determinati elementi essenziali:
1. Che si abbia l’effettiva proprietà della SpA
2. Che il CdA sia in scadenza e l’assemblea dei soci abbia all’ordine del giorno il suo rinnovo
3. Che sussistano motivi gravi e motivati per imporne anzitempo la destituzione

Nel caso dei grandi gruppi a partecipazione pubblica non c’è al momento alcuna di queste condizioni. Per il punto 1, come si è detto più volte su questo stesso sito, lo Stato non ha mediamente più di un terzo delle azioni delle società menzionate. Gli altri soci istituzionali, per lo più fondi di investimento internazionali rappresentati da Assogestioni, non se ne starebbero certo a guardare con le mani in mano.

Punto 2. Le sole eccezioni per quest’anno sono rappresentate dal board di Saipem (controllata da Eni al 30,4% e dal 12,5% dalla Cdp), in scadenza, che l’assemblea già convocata per il 3 maggio provvederà a rinnovare; ma soprattutto il vertice della Cassa Depositi e Prestiti, il vero salvadanaio dello Stato, che scade nella seconda metà di maggio quando l’assemblea sarà chiamata ad approvare il bilancio 2017.

All’appuntamento il presidente Claudio Costamagna, il vero dominus e stratega della Cdp, ha già fatto sapere che non si presenterà, mentre l’amministratore delegato Fabio Gallia non sembra godere di grandi consensi politici. Ma è la sostituzione di Costamagna il vero rebus che qualsiasi governo dovrà sciogliere.

Nei giorni scorsi si sono esplorati tutti i possibili motivi del suo passo indietro. Si è detto che il presidente avrebbe avuto nelle scorse settimane diversità di vedute con il ministro dell’Economia, Piercarlo Padoan, su dossier importanti come l‘Ilva, l‘Alitalia, o i rapporti con l‘Iran. Così come si sono ripescati i contrasti con la struttura interna, o le critiche di Di Maio per la presenza dei cinesi nell’azionariato di Cdp Reti. La verità è che Costamagna lascia la holding pubblica per motivi strettamente personali.

Sulla sua sostituzione (e su quella eventuale di Gallia) è partito il solito totonomine. Iscritti alla corsa sulla carta sono in tanti, da Gaetano Miccichè a Dario Scannapieco, da Domenico Arcuri a Fabrizio Palenzona al manager interno Fabrizio Palermo. E qui si misurerà davvero il potere e la capacità di mediazione del governo che verrà.
Punto 3. Per il momento, a parte le grane giudiziarie dell’amministratore delegato dell’Eni per il gas nigeriano, non si ha notizia di altri motivi invalidanti per le cariche pubbliche. Si dovrebbe dunque concludere che le “scorciatoie“ previste delle cassandre di Mediobanca non siano percorribili. A meno che…….A meno che i grillini, eventualmente a Palazzo Chigi, non se ne inventino una delle loro.

Qualche precedente c’è. Si ricorda per esempio Virginia Raggi che già in campagna elettorale per il Campidoglio l’aveva giurata al vertice dell’Acea. E infatti, appena insediata, avrebbe voluto rottamare subito l’intero consiglio di amministrazione. Desistette (momentaneamente) solo perchè le spiegarono che la clausola di risarcimento concessa all’amministratore delegato, Alberto Irace, nominato da Marino, sarebbe costata all’amministrazione 1,3 milioni di euro.

L’errore d’altronde che lo stesso Ignazio Marino aveva commesso a sua volta licenziando su due piedi il presidente dell’Acea, Giancarlo Cremonesi, di area Alemanno, che aveva poi ottenuto dal Tribunale un risarcimento di 840 mila euro.

E‘ molto probabile quindi che l’allarme di Mediobanca si rivelerà infondato e che i board di Fincantieri, Snam e Italgas rimarranno al loro posto fino al 2019, mentre tutti gli altri, inclusi i big Eni, Enel, Poste, Leonardo e Mps, scadranno nel 2020.

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