Tim, giocano alla guerra ma vogliono la pace

La francese Vivendi e il fondo Usa Elliott finiranno per accordarsi sulle spoglie di Telecom Italia

ROMA – La guerra tra il fondo americano Elliott di Paul Singer e il gruppo francese Vivendi di Vincent Bollorè infuria da giorni. Oggetto del braccio di ferro, com’è noto, è il gruppo di telecomunicazioni italiano Tim.

Dopo le dispute con il nostro ministro per lo Sviluppo economico e con l’Agcom sull’effettivo controllo del gruppo, i francesi, con il loro 23,94% delle azioni ordinarie, si sentivano al riparo da qualsiasi scalata. Tant’è che hanno nominato 10 consiglieri di amministrazione su 15, compresi il presidente e l’amministratore delegato/direttore generale.

Senonchè il fondo Elliott (noto anche in Italia per avere in mano il debito del Milan e per l’ingresso in Ansaldo) ha cominciato a comprare azioni Tim sul mercato e, una volta assicuratosi il 2,53% del capitale (che sommato ad altri “strumenti finanziari”, di cui alcuni domiciliati alle Isole Cayman, porta il totale in mano agli americani al 5%), è partito all’attacco.

In vista dell’assemblea degli azionisti convocata per il prossimo 24 aprile, il fondo americano ha chiesto formalmente di integrare l’ordine del giorno e di revocare sei degli attuali amministratori e la contestuale nomina di altrettanti. I consiglieri da “accompagnare alla porta” sarebbero Arnaud de Puyfontaine (presidente), Hervé Philippe, Frédéric Crépin, Giuseppe Recchi (vicepresidente), Félicité Herzog e Anna Jones.

In loro sostituzione, il fondo di Singer propone Fulvio Conti (presidente in pectore), Luigi Gubitosi (per il quale non si prevederebbero incarichi operativi), Massimo Ferrari, Paola Giannotti De Ponti, Dante Roscini e Rocco Sabelli. Non si chiede invece, per il momento, la testa dell’amministratore delegato, Amos Genish, autore del piano triennale del gruppo presentato di recente.

Ci si è domandati come sia possibile che un azionista relativamente piccolo del gruppo tlc possa sfidare il “Golia” del consiglio di amministrazione e chiedere “che governance, valutazione del titolo, direttive strategiche e relazioni con le Autorità italiane possano essere migliorate rimpiazzando alcuni consiglieri con nuovi amministratori completamente indipendenti e altamente qualificati”.

In realtà, non sono i posti in consiglio l’obiettivo prioritario del fondo attivista, quanto piuttosto cambiare la direzione di marcia del gruppo. Oltre alla governance infatti, Elliott vuole splittare rapidamente la rete tlc per fonderla con Open Fiber, convertire le azioni di risparmio che Vivendi aveva stoppato due anni fa e tornare al dividendo. Insomma una politica aziendale mirata a risultati nel breve termine per sostenere il valore del titolo. Esattamente il contrario dello spirito del piano triennale presentato da Genish “finalizzato a creare valore nel medio e lungo termine”.

Qui sta il nocciolo della questione e la sua possibile soluzione. Bisogna tener conto che Vivendi sta perdendo quasi un miliardo e mezzo sul titolo Tim e quindi un suo rialzo in tempi brevi non gli dispiacerebbe affatto. In questa chiave vanno lette le dichiarazioni volutamente ambigue del gruppo di Bollorè che, pur confermando “piena fiducia” in Genish e nel suo piano, si affretta ad aggiungere che tuttavia, “come ogni azionista sensibile alla valutazione dei suoi investimenti, vorrebbe anche, se necessario, sostenere un’altra strategia che potrebbe aumentare il prezzo delle azioni di Telecom Italia a breve termine. Come sempre spetterà agli azionisti decidere”.

Tradotto in parole povere, si può affermare, con poche probabilità di errore, che la pace tra i due contendenti è cosa pressochè fatta e che di conseguenza il deconsolidamento della rete tlc e l’eventuale  successivo accordo con Oper Fiber potrebbero seguire entro l’anno. Che fine faranno Genish e gli altri consiglieri di amministrazione di estrazione Vivendi potrebbe diventare una questione di secondaria importanza.

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