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Sab

22

Mar

Economia
Lo stipendio di Moretti (FS) non si tocca

mauro-moretti-ferrovie-sliderLa spending review sugli stipendi d’oro dei manager pubblici. Renzi li vuole uguali a quelli di Napolitano

 

 

ROMA - Dopo la pubblicazione delle proposte del commissario alla revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli, si è scatenato il terremoto. Gruppi, categorie, sindacati fanno quadrato nella difesa dei rispettivi associati, dichiarandosi disposti a condividere una politica di risparmi purchè non applicata a loro stessi. E’ la logica del nimby in versione spending review.

L’ultimo in ordine di tempo a difendere il proprio orticello è Mauro Moretti, amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato, che stamattina in un convegno a Bologna ha ribadito che il primo a lasciare in caso di taglio alla sua busta paga sarebbe proprio lui. “Per il momento credo che il governo voglia tagliare gli stipendi dei supermanager dello Stato. Io prendo 850 mila euro l'anno, il mio omologo tedesco ne prender tre volte e mezzo tanti: siamo delle imprese che stanno sul mercato ed è evidente che sul mercato bisogna anche avere la possibilità di retribuire, non dico alla tedesca e nemmeno all'italiana, ma un minimo per poter fare sì che i manager bravi vengano dove ci sono imprese complicate e dove c'è del rischio ogni giorno da dover prendere”.

L’esternazione dell’ad di Ferrovie dello Stato è certamente destinata a far discutere per più di un motivo. Innanzitutto va detto che il gruppo Fs, per quanto il trasporto ferroviario sia stato parzialmente liberalizzato, non sta affatto sul mercato: è posseduto al 100% dallo Stato, ha il monopolio naturale dell’infrastruttura ferroviaria, ha un contratto di programma con il ministero dell’Economia che gli garantisce il rimborso del servizio ferroviario universale, conserva una posizione di privilegio nel trasporto regionale.

Considerare inoltre, come fa incautamente Moretti, 850 mila euro l’anno il compenso “minimo” per un manager bravo come lui che deve affrontare ogni giorno decisioni importanti sì, ma rischi imprenditoriali sicuramente contenuti, è sembrato un azzardo che forse si poteva risparmiare. Tanto più che nella sua foga autodifensiva l’amministratore delegato di Ferrovie rivendica orgogliosamente il primato retributivo di chi gestisce un'impresa che fattura oltre 10 miliardi di dollari l'anno rispetto al presidente della Repubblica: “Una cosa infatti è stare sul mercato (!), altro è fare una scelta politica. Chi va a fare il ministro (o il presidente della Repubblica, ndr) sa che deve rinunciare agli stipendi perché va a fare un'operazione politica, è una sua scelta personale”.

Da Bruxelles intanto Matteo Renzi ha confermato il taglio agli stipendi d'oro dei manager pubblici e, con la sua solita dose di ottimismo, si è detto certo che il manager ferroviario, ex Cgil, capirà: “Quando Moretti vedrà la ratio del provvedimento sarà d'accordo con me”. Se così non fosse, d’altronde, ci sarebbe un problema in meno nel carosello di nomine che il governo si appresta ad affrontare.

 

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